Registro Nazionale VCC come funzionano i Carbon Credit volontari tra regole anti greenwashing e progetti forestali

Registro Nazionale VCC come funzionano i Carbon Credit volontari tra regole anti greenwashing e progetti forestali

Nel dibattito sulla transizione ecologica si parla spesso di “compensazioni” come se fossero un gesto semplice. In realtà, la credibilità di qualunque compensazione dipende da regole, misurazioni e trasparenza: senza questi elementi il rischio è quello di produrre narrazioni di facciata e alimentare greenwashing. È in questo punto che si colloca il Registro Nazionale dei crediti di carbonio volontari generati dal settore agroforestale, concepito come strumento pubblico per la mitigazione climatica e per la valorizzazione del capitale naturale italiano, incanalando risorse private verso progetti territoriali che incrementino gli assorbimenti e lo stoccaggio di carbonio in modo verificabile.

Il Registro nasce sul piano normativo con il Decreto-Legge 24 febbraio 2023, n. 13, ma diventa concretamente leggibile e “attuabile” con le Linee Guida interministeriali adottate con DM MASAF-MASE del 15 ottobre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale (GU Serie Generale n. 268 del 18 novembre 2025). Al momento è attivata la sola Sezione Forestale, mentre la sezione agricola richiederà un provvedimento dedicato; inoltre è atteso il Regolamento del Registro, indicato come passaggio tecnico conclusivo. Ha senso però analizzare fin d’ora le Linee Guida, perché delineano già la struttura del mercato, la governance e i criteri di integrità che dovranno sorreggere l’intero sistema.

La governance è affidata al CREA, e il Registro è concepito come piattaforma online ad accesso e consultazione pubblica. Questa scelta è tutt’altro che formale: nei mercati volontari, la fiducia dipende dalla tracciabilità. Qui l’idea è che chi acquista un credito possa verificarne l’origine, capire quale progetto lo ha generato, quale metodologia di quantificazione è stata adottata, quale soggetto terzo lo ha certificato, quali verifiche periodiche sono state svolte e in quale stato si trova il progetto. La pubblicità dei dati serve a evitare duplicazioni, opacità e marketing “a scatola chiusa”, cioè quei meccanismi che hanno reso fragili molti schemi volontari internazionali e che oggi il legislatore e le istituzioni tentano di prevenire attraverso un perimetro più controllabile.

I titoli scambiati prendono il nome di Credito di Carbonio Verificato (VCC). Ogni VCC quantifica una tonnellata di CO2 equivalente assorbita o stoccata grazie a un progetto agroforestale di mitigazione che prevede attività addizionali rispetto allo scenario di riferimento, la baseline. Questo binomio, addizionalità e baseline, è il centro logico del sistema: un credito ha senso soltanto se il progetto dimostra che l’assorbimento non si sarebbe verificato “comunque”, cioè in assenza del progetto. Nella Sezione Forestale, la baseline viene ancorata alle disposizioni normative e regolamentari regionali o provinciali: in sostanza, il progetto deve dimostrare di fare “di più” rispetto a ciò che è già imposto dalle regole. È un requisito rigoroso, ma è anche quello che dà consistenza ai crediti, perché impedisce di monetizzare comportamenti già dovuti.

Le Linee Guida fissano poi un perimetro molto netto su cosa i VCC italiani non siano. I VCC sono destinati esclusivamente al mercato volontario nazionale e sono esplicitamente esclusi dai mercati “compliance”, quindi non possono essere usati nel EU-ETS né nel CORSIA. A questo si aggiungono due clausole che cambiano la natura economica del credito: la restrizione geografica, che impedisce la vendita ad acquirenti esteri o ad altri Stati, e soprattutto la non-rivendibilità. Una volta acquistato e registrato a nome dell’acquirente finale, il credito esaurisce il proprio valore economico e non può essere oggetto di ulteriori transazioni. In pratica, il credito non nasce per essere “traded” come un asset speculativo, ma per attestare una specifica compensazione volontaria legata a un acquirente identificabile. È una scelta che mira a proteggere l’integrità del sistema, ma che restringe anche il bacino di domanda e riduce la liquidità tipica dei mercati globali.

Sul fronte delle attività progettuali, la Sezione Forestale ammette pratiche e impegni silvo-ambientali addizionali, tra cui Gestione Forestale Sostenibile, rimboschimento e imboschimento, arboricoltura da legno, sistemi agroforestali e prodotti legnosi di lunga durata. Il principio che attraversa le Linee Guida è chiaro: promuovere assorbimenti credibili e duraturi senza compromettere biodiversità e servizi ecosistemici. Per questo vengono fissati divieti rigorosi, in particolare sul ricorso a specie esotiche invasive, sugli interventi che degradino aree ad alto valore di conservazione e sull’uso inadeguato di fitofarmaci e fertilizzanti. La bussola dichiarata è la compatibilità con il principio DNSH (Do No Significant Harm), che richiama la Tassonomia UE e, in generale, l’idea che la mitigazione climatica non possa essere ottenuta a danno di acqua, suolo, ecosistemi e biodiversità. In questo senso, certificazioni di gestione come PEFC o FSC non sono un ornamento reputazionale, ma possono costituire un indicatore di allineamento a standard elevati di gestione.

Il capitolo più tecnico è quello della certificazione e del riconoscimento. Le Linee Guida si allineano ai principi europei QU.A.L.ITY e alla cornice del Regolamento UE 2024/3012 sul carbon removal, che insiste su quantificazione robusta, addizionalità, durata dello stoccaggio e sostenibilità. La stima dei crediti deve basarsi su metodologie coerenti con le linee guida IPCC per gli inventari nazionali dei gas serra, così da adottare un linguaggio di misurazione riconosciuto. Ma il vero presidio è il soggetto terzo: la certificazione è affidata a un Organismo di Certificazione Esterno (OCE) accreditato da ACCREDIA, responsabile della validazione e del monitoraggio, attraverso audit periodici. Il modello, in sostanza, trasforma un’affermazione (“ho assorbito carbonio”) in un fatto verificato (“un soggetto indipendente ha validato metodologia e risultati, e continua a verificarli nel tempo”).

Un altro snodo decisivo è la permanenza e la gestione del rischio di rilascio del carbonio stoccato, per esempio a causa di incendi o fitopatie. Le Linee Guida impongono un meccanismo di buffer, cioè l’accantonamento di una quota di crediti non vendibili immediatamente. La quota varia a seconda della tipologia di progetto e viene calcolata tramite un’analisi del rischio che include fattori legali, finanziari, climatici e di vulnerabilità. Il senso economico è semplice: una parte del “valore” viene trattenuta per coprire l’incertezza, e potrà essere liberata solo a fine progetto, se risulta confermata la permanenza degli assorbimenti. È un correttivo essenziale, perché riconosce che l’ecosistema reale non garantisce certezze assolute e che la solidità del mercato dipende proprio da come gestisce gli imprevisti.

Il percorso di registrazione è strutturato in fasi coerenti: il proponente redige il PDD (Documento di Progetto) descrivendo attività, baseline, addizionalità, piano di monitoraggio e analisi del rischio; l’OCE effettua la validazione iniziale; il progetto viene iscritto preliminarmente nel Registro; si passa all’esecuzione e al monitoraggio; seguono verifiche periodiche ex post; infine il CREA procede all’emissione e all’iscrizione dei VCC nella sezione pubblica, momento in cui i crediti diventano negoziabili. La scelta più “pesante” dal punto di vista finanziario è l’emissione ex post: i crediti arrivano solo dopo che le attività sono state implementate e verificate. Questo significa che il proponente deve sostenere in anticipo i costi di avvio, redazione del PDD, validazioni, attività sul campo e cicli di verifica, senza poter usare i crediti come leva di finanziamento immediato nel brevissimo termine.

Opportunità e rischi vanno letti insieme, senza romanticismi. L’Italia ha una superficie forestale in crescita, che copre circa il 36% del territorio secondo l’INFC; tuttavia molte aree sono sottoutilizzate o necessitano di interventi di gestione. Un mercato credibile dei VCC può diventare una fonte di reddito aggiuntiva per proprietari e gestori che investono in Gestione Forestale Sostenibile, contribuendo a coprire i costi di pratiche più onerose e di misure di prevenzione, con possibili ricadute su resilienza climatica e dissesto idrogeologico. Per le aziende acquirenti, il Registro offre un canale per comprare crediti ad alta integrità, verificati da organismi accreditati e registrati pubblicamente, con un legame territoriale diretto che può rafforzare anche la qualità della comunicazione ambientale, purché resti sobria e non sostitutiva della riduzione delle emissioni.

Dall’altra parte, l’addizionalità rispetto alla baseline regionale limita la platea dei progetti ammissibili, e la restrizione al solo mercato nazionale potrebbe comprimere la capacità di prezzo rispetto a standard globali più liquidi, sebbene meno rigorosi. In questo equilibrio si inseriscono soggetti che offrono accompagnamento tecnico, come Rete Clima, che può aiutare proponenti e imprese a stimare assorbimenti, costruire PDD coerenti, gestire il dialogo con gli OCE e arrivare al mercato con progetti finanziariamente e tecnicamente sostenibili. In conclusione, la pubblicazione in Gazzetta delle Linee Guida segna un passaggio rilevante: l’Italia prova a costruire un mercato volontario del carbonio che sia infrastruttura di fiducia e non scorciatoia comunicativa. Il successo dipenderà dal Regolamento atteso, dall’efficienza dei processi, dalla domanda nazionale e dalla capacità di tenere insieme rigore tecnico e fattibilità economica dei progetti.

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Finanza agevolata con intelligenza artificiale dal caos dei bandi al matching automatico tra requisiti e imprese

Finanza agevolata con intelligenza artificiale dal caos dei bandi al matching automatico tra requisiti e imprese

La finanza agevolata è uno dei punti in cui l’intelligenza artificiale può produrre un effetto immediatamente misurabile: meno burocrazia, meno tempo sprecato in attività ripetitive, più probabilità che un’impresa presenti la domanda corretta nel momento giusto. Il paradosso di partenza è noto a chiunque lavori con bandi e incentivi: ogni anno vengono messi a disposizione milioni di euro tra contributi, crediti d’imposta, voucher, fondi regionali, misure nazionali e programmi europei, ma solo una quota minima di aziende riesce davvero a intercettarli. Il dato del 5,21% delle imprese italiane che accedono ai contributi, ricavato incrociando le informazioni del Registro Nazionale degli Aiuti e di Unioncamere, fotografa una realtà che non dipende dalla mancanza di opportunità, bensì da un mercato dell’accesso ancora dominato da frammentazione normativa, linguaggi tecnici, scadenze ravvicinate e una mole di documenti che scoraggia proprio chi avrebbe più bisogno di sostegno, cioè le micro e piccole imprese.

In questo contesto, l’IA non entra come bacchetta magica, ma come strumento di “decompressione” del sistema. L’innovazione più concreta non è la generazione di testi, ma l’automazione delle fasi che oggi consumano ore e giorni: ricerca dei bandi, lettura dei requisiti, verifica di compatibilità con profili aziendali, estrazione dei dati da visure e bilanci, ricostruzione di parametri come dimensione d’impresa, settore, territorio, eventuali cumulabilità, fino alla precompilazione della documentazione. Dove prima serviva un lavoro manuale di controllo e copia-incolla, ora un sistema intelligente può scansionare migliaia di avvisi e aggiornamenti, riconoscere le parti chiave, classificare gli incentivi e proporre un “match” ragionato con l’impresa. L’effetto, se progettato bene, è doppio: da un lato riduce gli errori formali, dall’altro restituisce tempo ai professionisti e agli imprenditori, che possono tornare a occuparsi di strategia, investimenti, produttività e scelte industriali, cioè delle attività a maggior valore.

Il punto decisivo è capire cosa significa davvero “democratizzare” l’accesso. Non significa abbassare i requisiti, né promettere soldi facili. Significa rendere praticabile un percorso che, per molti, è impraticabile per ragioni organizzative. Una PMI spesso non ha un ufficio dedicato, non ha un presidio continuo delle misure, non ha risorse per leggere ogni settimana decine di pubblicazioni. Quando il sistema chiede di essere presenti “sempre”, vince chi ha più struttura. L’IA può ridurre questa asimmetria, portando il presidio “continuo” dentro un servizio automatizzato che monitora, segnala e prepara. È qui che si inserisce l’esperienza di BandoSubito, startup torinese che si propone come piattaforma di ricerca e gestione bandi basata su algoritmi. Al di là dei nomi e delle cifre, il modello è interessante perché lavora sul collo di bottiglia principale: trasformare la selva dei bandi in un flusso ordinato, filtrabile e operativo. Il fatto che in un anno abbia raggiunto un fatturato di 500.000 euro e abbia chiuso nel 2025 un aumento di capitale da 2 milioni segnala che il mercato riconosce un bisogno strutturale, non un vezzo tecnologico.

Qui va chiarito un altro equivoco: l’IA non “sostituisce” il professionista della finanza agevolata, ma sposta il baricentro del lavoro. Se la macchina fa bene la parte ripetitiva, la parte umana diventa ancora più importante su ciò che conta davvero: lettura strategica del bando, impostazione dell’investimento coerente con gli obiettivi, costruzione di un cronoprogramma sostenibile, gestione della rendicontazione, presidio dei rischi di revoca, dialogo con l’ente, e soprattutto consulenza sul “che cosa conviene fare” prima ancora del “come presentare la domanda”. In pratica, l’IA può diventare una protesi organizzativa che riduce l’attrito, ma non può sostituire la responsabilità e la visione. E questo vale sia per le imprese sia per gli studi: chi integra strumenti intelligenti nei flussi quotidiani può gestire più pratiche, con più qualità, e dedicare il tempo liberato alla relazione col cliente e alla costruzione di progetti solidi.

La stessa logica si vede nel grande tema parallelo della Pubblica Amministrazione. Se l’IA serve a ridurre burocrazia per chi chiede un incentivo, è altrettanto vero che serve a ridurre burocrazia per chi lo gestisce. Un sistema di bandi più accessibile richiede anche enti capaci di processare domande, verifiche e comunicazioni senza trasformare ogni passaggio in settimane di attesa. In questo senso, la discussione su AI generativa e PA non è astratta: è un pezzo della stessa catena. Uno studio commissionato da Google e condotto da Implement Consulting ha stimato che un’adozione diffusa dell’AI generativa potrebbe generare fino a 11 miliardi di euro di valore aggiunto per la PA italiana nel prossimo decennio. Al di là della cifra, il messaggio è che molte attività della PA sono ad “alta intensità di testo”: bozze, comunicazioni standard, verbali, riassunti, ricerca in archivi normativi, gestione di documenti non strutturati. Se questa massa viene alleggerita, si libera tempo per ciò che richiede giudizio, ascolto, gestione dei casi complessi. E questo, indirettamente, ricade anche sulla finanza agevolata, perché una PA più rapida e più coerente riduce incertezza e costi amministrativi per le imprese.

Naturalmente, il vero nodo non è solo tecnico. L’adozione dell’IA in ambiti pubblici e para-pubblici deve attraversare un perimetro di regole che nel 2026 diventerà sempre più decisivo: AI Act e GDPR come colonne portanti, a cui si aggiungono requisiti di cybersecurity, classificazioni di rischio, tracciabilità, e garanzie sulla gestione dei dati. Qui entra la prospettiva di AgID, che insiste su un punto semplice ma spesso ignorato: per adottare IA in modo conforme non basta comprare un tool, serve una navigazione attenta del quadro normativo e una previsione strategica delle evoluzioni. In altre parole, serve governance. E “governance” significa ruoli, autorizzazioni, politiche di trattamento dati, criteri di scelta dei modelli, controlli sugli output, logging, auditabilità, e procedure per evitare l’uso sommerso di strumenti consumer non approvati, che è uno dei rischi più concreti quando le persone scoprono che l’IA le fa lavorare meglio ma l’organizzazione non offre strumenti ufficiali.

Questo punto incrocia un problema trasversale che riguarda imprese, PA e professionisti: la carenza di competenze. Se la principale barriera dichiarata è la mancanza di skill specialistiche, la soluzione non può essere solo assumere profili rarissimi e contesi. Nel breve periodo, la strada più realistica è upskilling e reskilling di chi già lavora nei processi, cioè formare persone che conoscono il dominio e che, con gli strumenti giusti, possono governare l’IA senza subirla. Nel caso della finanza agevolata questo è ancora più vero: la competenza non è soltanto tecnica, è normativa, procedurale, documentale. Un sistema AI può aiutare, ma se non c’è capacità di verificare, contestualizzare e correggere, il rischio è generare pratiche formalmente belle ma sostanzialmente fragili.

Per questo, parlare di “democratizzazione” richiede anche un discorso di fiducia. Le aziende devono fidarsi che i dati inseriti siano gestiti in modo sicuro e conforme. I professionisti devono fidarsi che lo strumento non li esponga a errori sistemici. La PA deve fidarsi che l’automazione non crei discriminazioni o opacità. E qui entra un ulteriore livello, spesso trascurato: equità e inclusione. Se l’IA viene addestrata o configurata male, può amplificare stereotipi e disuguaglianze, non solo in termini di genere ma in senso più ampio, colpendo categorie fragili o territori meno digitalizzati. Il tema non è “politico” in senso sloganistico: è un rischio operativo. Se un algoritmo suggerisce opportunità solo a chi ha dati più puliti o profili più “standard”, finisce per servire sempre i soliti, e la promessa di allargare l’accesso si rovescia.

Applicato alla finanza agevolata, questo significa progettare strumenti che non siano soltanto motori di ricerca, ma dispositivi di accompagnamento. Un buon sistema non si limita a dire “questo bando esiste”, ma aiuta a capire quali informazioni mancano, quali requisiti sono critici, quali documenti vanno predisposti, e quali passaggi sono più rischiosi. In pratica, trasforma la complessità in un percorso guidato, senza illudere che sia tutto automatico. È qui che l’IA può davvero cambiare il mercato: non perché “scrive la domanda”, ma perché riduce la distanza tra l’impresa e il linguaggio dell’amministrazione, traducendo requisiti e vincoli in azioni pratiche.

C’è poi un effetto macroeconomico che merita di essere detto senza enfasi, ma con chiarezza. Se solo una piccola frazione di imprese accede agli incentivi disponibili, non si perde soltanto denaro “non speso”: si perde investimento, innovazione, formazione, transizione digitale ed energetica, competitività. La finanza agevolata, quando funziona, è un acceleratore industriale. Se invece resta appannaggio di pochi, diventa un moltiplicatore di divari. L’automazione, dunque, non è un upgrade comodo: è un potenziale strumento di politica economica indiretta, perché rende più efficiente l’incontro tra risorse pubbliche e progetti privati.

Per i professionisti, il 2026–2027 sarà una fase di selezione anche culturale. Chi resta su processi manuali rischia di non reggere la domanda di velocità e di precisione che il mercato inizierà a pretendere. Chi integra strumenti di IA in modo responsabile potrà offrire un servizio più continuo, più tempestivo e più scalabile. Ma “responsabile” qui è la parola che conta: strumenti, sì, però con controlli, procedure, e con una regola di buon senso sempre valida nella finanza agevolata: la domanda è solo un pezzo. Il vero valore sta nella coerenza tra bando, investimento e capacità reale dell’impresa di eseguire, rendicontare e mantenere gli impegni.

In definitiva, l’ingresso dell’IA nella finanza agevolata può essere letto come un passo verso un ecosistema più maturo: imprese che scoprono opportunità in tempo reale, professionisti liberati dal lavoro meccanico, PA che gestisce volumi maggiori con qualità migliore, e un quadro regolatorio che impone sicurezza e trasparenza. La sfida non è “usare l’IA”, ma costruire un sistema in cui l’IA sia un’infrastruttura affidabile, governata e verificabile, capace di ridurre la distanza tra il Paese dei bandi e il Paese delle imprese. Se questo accade, il dato del 5,21% non resterà una fotografia amara, ma diventerà un indicatore destinato a migliorare, non per magia, ma per progettazione.

Sistema integrato IA: Come il 2026 ridisegna dispositivi AI e sicurezza sui nuovi device

Sistema integrato IA: Come il 2026 ridisegna dispositivi AI e sicurezza sui nuovi device

Nel 2026 il digitale smetterà di essere una somma di strumenti separati e diventerà un sistema integrato in cui infrastrutture, software e dati evolvono insieme, come ingranaggi di un unico motore. La vera novità non è l’arrivo di “una” tecnologia spettacolare, ma la maturazione di un’architettura complessiva: reti più intelligenti, piattaforme che comunicano tra loro, identità digitali più robuste, servizi che si spostano fluidamente dal cloud ai dispositivi, e un uso crescente di automazione per governare complessità, costi e rischi. In questo scenario, la competitività non dipende più solo da quanto si innova, ma da come si riesce a tenere coeso il quadro, evitando che ogni reparto acquisti il proprio pezzo di futuro senza che il resto dell’organizzazione possa capirlo, gestirlo o proteggerlo. La parola chiave diventa sinergia, perché la tecnologia isolata fa effetto sul palco, mentre il sistema integrato regge nella realtà.

Dentro questo passaggio, l’intelligenza artificiale arriva al suo momento più delicato: il passaggio dall’hype alla prova dei fatti. Dopo anni di corsa alle capacità generative, nel 2026 l’attenzione si sposterà su ritorno dell’investimento e sostenibilità, sia economica sia ambientale. È il punto in cui le aziende smettono di chiedere “cosa può fare l’IA” e iniziano a chiedere “quanto mi costa farla funzionare, quanto mi fa risparmiare, quali rischi mi introduce, quale valore mi produce davvero”. Non è un cambio di tono, è un cambio di logica: l’IA entra nei budget come una voce strutturale, non come esperimento. E quando gli investimenti complessivi crescono fino a dimensioni enormi, la domanda di ROI diventa inevitabile, perché ogni tecnologia che promette tutto, ma non dimostra abbastanza, rischia di trasformarsi in una bolla.

Qui si inserisce il tema dei consumi energetici. Gli strumenti generativi non sono “immateriali”: richiedono calcolo, data center, raffreddamento, banda, e una catena di fornitura che va dai chip ai sistemi di storage. Nel 2026 molte imprese chiederanno piattaforme più efficienti, modelli più mirati, e soprattutto governance: quando usare un modello costoso, quando usare una soluzione più leggera, quando automatizzare e quando no. La sostenibilità, in questo contesto, non è moralismo, è gestione industriale. Se un’azienda adotta l’IA in modo indiscriminato, può ritrovarsi con un aumento di costi e complessità che annulla il beneficio. Se la integra con criterio, può ottenere l’opposto: tempi più rapidi, decisioni migliori, servizi più reattivi.

Il rischio bolla non nasce quindi dall’IA in sé, ma dall’aspettativa che ogni investimento produca immediatamente valore, senza considerare implementazione, qualità dei dati e processi. Nel 2026 molte direzioni aziendali pretenderanno metriche più dure: riduzione dei tempi operativi, diminuzione degli errori, miglioramento del customer care, automazione reale e non solo dimostrativa. In questo quadro, il mercato aspetta anche le mosse dei grandi attori. Apple, per esempio, è osservata per la sua capacità di trasformare tecnologie complesse in esperienze “normali” per l’utente, e per la partita competitiva con player come OpenAI e Google. Non è soltanto una gara di modelli, ma una gara di ecosistemi: chi controlla l’interfaccia, chi controlla i dati, chi controlla il canale di distribuzione, chi riesce a rendere affidabile e quotidiana l’automazione.

Ed è proprio l’interfaccia a cambiare pelle. Il 2026 potrebbe segnare l’inizio del tramonto dello smartphone come centro assoluto della vita digitale. Non significa che il telefono sparirà, ma che potrebbe perdere la sua posizione di “telecomando universale”, sostituito da un insieme di wearable e dispositivi ambientali. Gli occhiali smart di nuova generazione mostrano già questa direzione: informazioni sovrapposte alla realtà, notifiche e mappe senza estrarre nulla dalla tasca, traduzioni contestuali, comandi rapidi. Il salto decisivo sta nella naturalezza dell’azione: se la tecnologia si attiva con gesti, sguardi o micro-interazioni, la frizione si riduce e la dipendenza dal display centrale diminuisce. L’integrazione con neurotecnologie per tradurre movimenti in comandi, attraverso bracciali o sensori dedicati, spinge ancora di più questa traiettoria: non è “fantascienza”, è un modo per rendere l’interazione immediata, riducendo il carico cognitivo e la necessità di digitare.

Quando cambia l’interfaccia dominante, cambiano anche i mercati. Nel 2026 diversi big saranno costretti a ripensare hardware, app e modelli di servizio. L’economia delle notifiche, delle pubblicità, delle app “appese” allo schermo potrebbe spostarsi verso esperienze più contestuali e pervasive. E questo apre un tema sensibile: sovranità digitale e interoperabilità. Se l’ecosistema diventa più integrato, il rischio è che diventi anche più concentrato. La dipendenza da pochi attori aumenta quando infrastrutture, dati, modelli e interfacce appartengono alla stessa filiera industriale. Per molte imprese, nel 2026 la sfida sarà trovare un equilibrio tra efficienza e autonomia: usare piattaforme potenti senza perdere controllo sui propri dati, costruire integrazioni senza restare prigionieri di un fornitore, scegliere standard che non chiudano le porte a evoluzioni future.

Su questo sfondo emergono le forme di intelligenza autonome, capaci di operare con gradi crescenti di iniziativa. Il punto non è solo l’automazione di compiti ripetitivi, ma la possibilità che sistemi software assumano un ruolo nella selezione di priorità, nell’allocazione di risorse, nella gestione del rischio, fino a sfiorare processi decisionali più critici. Nel 2026 questo tema diventerà più concreto perché molte organizzazioni inizieranno a collegare l’IA non soltanto a contenuti e assistenza, ma a workflow: approvvigionamenti, logistica, compliance, cybersecurity, finanza. Qui la governance deve essere ferma: non basta che il sistema “funzioni”, serve tracciabilità delle decisioni, controllo dei permessi, gestione degli errori, responsabilità chiare. L’autonomia, senza regole, produce efficienza apparente e rischio reale.

Un’altra accelerazione attesa riguarda il quantum computing, che nel 2026 potrebbe entrare in una fase più operativa, con impatti potenziali su informatica, finanza, difesa, aerospazio, farmaceutica e soprattutto cybersecurity. Il tema viene spesso raccontato in modo apocalittico, ma la lettura utile è doppia: da un lato, la prospettiva di capacità di calcolo superiori mette pressione su alcune tecniche crittografiche tradizionali; dall’altro, le tecnologie quantistiche possono diventare un vantaggio per la sicurezza, attraverso nuovi approcci a comunicazioni e protezioni avanzate. Nel 2026, per settori critici, la parola chiave sarà preparazione: mappare i sistemi sensibili, pianificare transizioni verso forme di crittografia post-quantum, aggiornare infrastrutture dove la sicurezza non può essere “rimandata”.

Accanto alle tecnologie, cresce il capitolo regolativo e sociale. La tutela dei minori online diventa una priorità politica e culturale, con decisioni che stanno già facendo scuola. Il caso dell’Australia, primo Paese ad aver vietato l’accesso ai social agli under 16, mostra la direzione: non più soltanto campagne educative, ma vincoli strutturali e sanzioni significative per chi non li rispetta. È una scelta che divide, perché tocca libertà di espressione, ruolo dei genitori, capacità effettiva di controllo e rischi di esclusione, ma intercetta un dato ormai evidente: la fruizione continua e non mediata può diventare una forma di dipendenza e di vulnerabilità psicologica.

In Europa, la risposta più probabile nel 2026 non sarà un divieto generalizzato identico per tutti, ma strumenti di verifica dell’età che tentino di conciliare protezione e privacy. L’idea di un’app per dimostrare la maggiore età senza rivelare altre informazioni personali è un passaggio interessante perché sposta l’attenzione dalla piattaforma al meccanismo di identità digitale: meno dati condivisi, più garanzia di requisito. La partecipazione dell’Italia a una fase pilota insieme ad altri Paesi indica che il 2026 sarà un anno di sperimentazione concreta, in cui si capirà se la soluzione è davvero usabile, compatibile con i servizi esistenti, resistente agli aggiramenti e accettabile per cittadini e imprese.

Il filo che unisce tutto è semplice: nel 2026 vince chi governa dinamiche sistemiche. L’innovazione non è più scegliere “l’ultima cosa” ma costruire un impianto coerente tra infrastruttura, dati, sicurezza, interfacce e regole. È un salto di maturità. E, per molte organizzazioni, sarà anche una selezione naturale: non tra chi usa o non usa tecnologia, ma tra chi la integra con metodo e chi la accumula senza controllo.

Cybersecurity: cosa cambia nell'AI per la cybersicurezza europea nel 2026

Cybersecurity: cosa cambia nell'AI per la cybersicurezza europea nel 2026

Il 2026 si presenta come un anno di svolta per la cybersicurezza, perché si sommano tre accelerazioni che si alimentano a vicenda: la crescita delle minacce geopolitiche, la maturazione dell’IA come strumento offensivo e l’estensione del perimetro digitale verso infrastrutture fisiche e critiche, dallo spazio ai trasporti. Nel 2025 l’Europa ha già avuto un assaggio di questo scenario, con episodi che vanno dai disservizi negli aeroporti ai sospetti di interferenze su processi elettorali, fino ad attacchi capaci di colpire sistemi satellitari e persino tecniche come lo spoofing GPS su voli di alto profilo istituzionale. Il punto non è la singola notizia, ma il messaggio di fondo: l’attacco informatico non è più solo una questione di “furto di dati”, è un modo di incidere sul funzionamento della società, sulla fiducia pubblica e sulla capacità operativa degli Stati.

I numeri del 2025 spiegano perché nel 2026 la priorità salirà ulteriormente. Il continente europeo è stato tra i più colpiti e ha rappresentato circa il 22% degli attacchi ransomware globali, cioè quelle operazioni in cui i dati vengono prima sottratti, poi cifrati e infine usati come leva di estorsione. In parallelo sono aumentati gli attacchi DDoS e, nell’area Europa–Medio Oriente–Africa, si sono contati milioni di eventi già nella prima parte dell’anno. Dietro questi numeri c’è un impatto economico reale: perdite, interruzioni, ripristini, contenziosi, premi assicurativi che salgono, e un costo aggregato che, su un arco pluriennale, viene stimato nell’ordine di centinaia di miliardi per le principali economie europee. Tradotto: la cyber non è più un tema “IT”, è rischio d’impresa e rischio Paese.

Sul versante geopolitico, il 2026 viene spesso descritto come l’anno in cui le operazioni di attori statali e para-statali si espandono con maggiore continuità e finalità strategica. Qui la logica è diversa dal cybercrime “puro”: non si cerca soltanto il riscatto, ma l’accesso persistente, l’influenza, la disinformazione, la pressione su filiere industriali e infrastrutture critiche. Le campagne attribuite a Paesi come Russia, Cina, Iran e Corea del Nord tendono a muoversi su più livelli, combinando spionaggio, sabotaggio digitale, operazioni di influenza e sfruttamento di ecosistemi fragili, come la supply chain di fornitori e subfornitori tecnologici. Nel 2026 il bersaglio non sarà necessariamente “il grande ente” più protetto, ma l’anello laterale, l’outsourcer, il provider di servizi, l’azienda che gestisce accessi privilegiati e manutenzioni.

Dentro questo quadro, il settore dei semiconduttori resta un punto di attrito evidente perché è un nodo di potere industriale e geopolitico. Quando la concorrenza globale si irrigidisce, la cyber diventa uno strumento per ridurre vantaggi altrui, acquisire proprietà intellettuale, anticipare mosse di mercato, aggirare restrizioni e controlli. In concreto, nel 2026 vedremo più pressione su R&D, produttori, fornitori di macchinari, logistica e partner di filiera, proprio perché colpire indirettamente spesso è più semplice che colpire frontalmente un colosso.

La risposta europea, nel 2026, tenderà a cercare maggiore coordinamento, anche sul piano informativo. Un tema chiave è la costruzione di un catalogo comune di vulnerabilità note e sfruttate, cioè una base condivisa che indichi quali falle stanno venendo effettivamente usate dagli attaccanti, con priorità operative di patching e mitigazione. È un passaggio pragmatico: non tutte le vulnerabilità hanno lo stesso peso, e l’efficacia difensiva non nasce dall’avere “più alert”, ma dall’avere priorità chiare, tempi certi di remediation e un linguaggio comune tra Paesi, settori e operatori.

Il secondo motore del 2026 è l’IA applicata alla cyber. Finora l’uso dell’intelligenza artificiale negli attacchi era spesso percepito come “accessorio”. Nel 2026 diventerà normale, perché la promessa offensiva è semplice: più scala, più velocità, più personalizzazione, meno costo umano. Il concetto che cambia davvero il gioco è quello degli agenti di IA, strumenti capaci di eseguire compiti autonomi o semi-autonomi, concatenando azioni in modo coerente: ricognizione, selezione di obiettivi, generazione di contenuti ingannevoli, test di credenziali, adattamento a risposte difensive. In una campagna tradizionale molte fasi richiedono tempo e coordinamento umano; con agenti ben addestrati, l’attacco può diventare più “industriale”, soprattutto contro organizzazioni che non hanno segmentazione, controlli sugli accessi e monitoraggio maturo.

Qui entra in scena la prompt injection, un rischio tipico dei sistemi basati su modelli linguistici e applicazioni AI “collegate” a dati e strumenti. Se un sistema di IA può leggere contenuti esterni, o ricevere input non controllati, un attaccante può tentare di inserire istruzioni nascoste per aggirare i vincoli, estrarre informazioni o indurre azioni non previste. Nel 2026 questo sarà un tema centrale perché sempre più aziende integreranno l’IA nei processi: help desk, analisi documentale, automazione di workflow, ricerca interna, supporto tecnico. Ogni integrazione diventa superficie d’attacco se non si imposta un modello di governance, logging, segregazione dei privilegi e test specifici di sicurezza sui prompt.

L’IA, però, amplifica anche il social engineering. Il 2026 vedrà un salto di qualità nel vishing, cioè la truffa vocale, grazie alla clonazione vocale: chiamate che imitano in modo credibile un dirigente, un responsabile IT, un consulente esterno, con richieste urgenti e plausibili. La combinazione più pericolosa è quella che unisce voce sintetica, dati raccolti dai social e da leak precedenti, e pressione psicologica sul dipendente. Accanto a questo continuerà l’evoluzione del phishing, con email più realistiche, meno errori, più contestualizzazione e allegati costruiti per superare controlli superficiali. Nel 2026 non basterà dire “state attenti alle mail”: serviranno procedure, canali di verifica, e un addestramento basato su scenari reali, non su slide.

Il terzo fronte, forse il più sottovalutato, è la cyberguerra che “si sposta nello spazio” e, più precisamente, colpisce i sistemi satellitari e di posizionamento. Il GPS non è un servizio comodo: è un’infrastruttura invisibile su cui si appoggiano aviazione, marittimo, logistica, trasporti, difesa, reti energetiche e perfino sincronizzazioni temporali. Gli attaccanti hanno due leve principali: il jamming, che disturba il segnale rendendolo inutilizzabile, e lo spoofing, che invia segnali falsi inducendo il dispositivo a calcolare una posizione errata. Nel 2026 questi fenomeni rischiano di crescere perché sono relativamente “economici” rispetto all’impatto che producono. Il danno non è solo un disservizio: può diventare deviazione di rotte, errori di navigazione, interferenze su droni e sistemi autonomi, confusione operativa in aree di tensione. Per questo, la resilienza non può limitarsi a “proteggere un server”: deve includere ridondanze, verifiche incrociate, sensori alternativi, protocolli di continuità operativa.

Cosa dovrebbero aspettarsi imprese e pubbliche amministrazioni, in pratica, nel 2026? Primo, più attacchi orientati alla continuità operativa, quindi più ransomware con doppia o tripla estorsione, più DDoS come diversivo o come pressione, più compromissioni di credenziali e accessi privilegiati. Secondo, più rischio sulla catena dei fornitori, quindi audit, clausole, controlli sugli accessi di terze parti e monitoraggio delle connessioni diventano essenziali. Terzo, un aumento degli incidenti legati all’adozione rapida dell’IA, dove il problema non sarà “l’algoritmo”, ma l’integrazione frettolosa senza controlli: dati sensibili esposti, strumenti collegati in modo eccessivo, permessi troppo larghi.

Sul piano difensivo, il 2026 premierà chi smette di inseguire la perfezione e costruisce solidità. Zero Trust non come slogan, ma come disciplina di accesso minimo necessario, segmentazione, controllo continuo. MFA ovunque ci siano accessi critici, con attenzione alle forme resistenti al phishing. Backup immutabili e test di ripristino, perché il backup non serve se non riparte. EDR/XDR con log centralizzati e correlazione, perché l’attacco moderno attraversa endpoint, identità, rete e cloud. Un piano di incident response già scritto e provato, perché nei momenti critici improvvisare costa. Per l’IA, servono controlli specifici: policy sui dati, isolamento dei contesti, filtri sugli input, tracciamento delle azioni, red teaming e test su prompt. Per i sistemi satellitari e GPS, serve un approccio a livelli: cifratura quando possibile, monitoraggio di anomalie, tecniche di autenticazione del segnale, e soprattutto piani operativi che prevedano il “degraded mode”, cioè la capacità di continuare a lavorare anche con un posizionamento degradato.

In sintesi, la cybersicurezza 2026 non sarà un capitolo tecnico da affidare a un reparto, ma una postura organizzativa. Le minacce geopolitiche renderanno più frequenti attacchi con finalità strategiche. L’IA renderà più economico e scalabile l’inganno. Lo spazio e il GPS allargheranno il campo di battaglia oltre i confini della rete tradizionale. Chi si muove ora, con regole semplici ma rigorose, riduce drasticamente la probabilità di finire nel punto sbagliato della statistica.

Legge 198 2025 e sicurezza sul lavoro nuovi incentivi controlli e formazione dal 2026

Legge 198 2025 e sicurezza sul lavoro nuovi incentivi controlli e formazione dal 2026

Il Ministero del Lavoro ha sintetizzato le principali innovazioni introdotte dalla Legge 198/2025, che ha convertito con modifiche il DL 159/2025 sulle misure urgenti per la tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro e su alcuni profili di protezione civile. Il senso complessivo dell’intervento è chiaro: spostare l’asse dalla sola repressione ex post a un modello più strutturato, fatto di incentivi, selezione qualitativa degli operatori, controlli mirati nelle filiere dove il rischio di irregolarità è più alto e, soprattutto, di una spinta decisa alla tracciabilità digitale dei percorsi lavorativi e formativi.

Una prima leva è la premialità per le imprese che dimostrano condotte virtuose. La norma autorizza INAIL, dal 1° gennaio 2026, a rivedere le aliquote legate ai meccanismi di oscillazione e ai contributi “a bonus” in funzione dell’andamento infortunistico. L’obiettivo non è “fare sconti”, ma usare il costo assicurativo come segnale economico: riduci gli infortuni, investi in prevenzione, migliori il tuo profilo e puoi accedere a condizioni più favorevoli. Il perimetro, però, non è indifferenziato: vengono escluse dal beneficio le aziende che, negli ultimi due anni, abbiano riportato sentenze definitive di condanna per violazioni gravi in materia di sicurezza sul lavoro. È un filtro che lega direttamente la convenienza economica alla correttezza sostanziale, evitando che la premialità diventi un automatismo.

La stessa logica di selezione si ritrova nel rafforzamento della Rete del lavoro agricolo di qualità. L’iscrizione non è più solo un “bollino reputazionale”, ma diventa più stringente: si richiede l’assenza di condanne penali definitive e anche di sanzioni amministrative (pure non definitive) per violazioni in materia di salute e sicurezza negli ultimi tre anni. Inoltre, dal 1° gennaio 2026, una quota delle risorse INAIL destinate a progetti di investimento e formazione su sicurezza e salute viene riservata alle imprese agricole iscritte alla Rete, includendo anche iniziative sperimentali ispirate alla responsabilità sociale d’impresa. Qui si intravede un disegno: premiare chi sta “dentro” un circuito controllabile e affidabile, e trasformare l’accesso alle risorse in un incentivo a regolarizzarsi.

Sul fronte dei controlli, la norma interviene in modo chirurgico su un’area spesso critica: appalto e subappalto. L’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL) viene orientato a privilegiare, nella propria vigilanza finalizzata al rilascio dell’attestato utile per la Lista di Conformità INL, i controlli verso i datori di lavoro che operano in regime di subappalto, sia pubblico sia privato. È un passaggio importante perché il subappalto, soprattutto nelle catene lunghe, è il punto dove più facilmente si concentrano compressione dei tempi, dumping contrattuale, frammentazione delle responsabilità e, nei casi peggiori, aree di lavoro irregolare. Rendere il subappalto un bersaglio “prioritario” significa riconoscere che la sicurezza non si garantisce solo sul cantiere o sul posto di lavoro finale, ma lungo la filiera, dove le decisioni organizzative producono rischio.

In questa stessa direzione va l’istituzione del badge di cantiere, che obbliga le imprese operanti in specifici settori a dotare i dipendenti di una tessera di riconoscimento con codice univoco anticontraffazione. Non è una novità assoluta nel sistema, perché tesserini e identificativi esistono già in varie discipline, ma qui la misura viene rafforzata e modernizzata: la tessera deve essere resa disponibile gratuitamente al lavoratore, anche in versione digitale, tramite strumenti nazionali interoperabili con la piattaforma SIISL. Il punto non è estetico, è probatorio e organizzativo: identificazione certa, riduzione delle zone grigie, più facilità di ricostruire “chi era dove” in caso di controlli o incidenti, e integrazione con la gestione digitale dei percorsi lavorativi.

Sempre sul piano della deterrenza, vengono rafforzate le sanzioni collegate alla patente a crediti quando emergono condotte di irregolarità, prevedendo che INL possa utilizzare anche le informazioni presenti nel portale nazionale del sommerso. In pratica, la vigilanza non si appoggia solo all’istantanea del controllo sul posto, ma può alimentarsi di dati e segnalazioni già disponibili, aumentando la capacità di intercettare schemi ricorrenti e soggetti che “cambiano pelle” ma replicano le stesse prassi.

Un sistema di regole, per reggere, ha bisogno di persone che lo facciano funzionare. Per questo la legge prevede un potenziamento significativo delle strutture: per il triennio 2026–2028, INL è autorizzato ad assumere a tempo indeterminato, tramite concorsi su base regionale, 300 ispettori tra vigilanza ordinaria e vigilanza tecnica su salute e sicurezza. In parallelo aumenta anche l’organico del Comando Carabinieri per la tutela del lavoro di 100 unità. È un segnale politico-gestionale: più ispezioni, più competenze tecniche, maggiore presidio del territorio.

Accanto al controllo, c’è la prevenzione costruita con risorse e formazione. Dal 2026 INAIL, previo accordo con il Ministero, trasferirà annualmente al Fondo sociale per occupazione e formazione un importo non inferiore a 35 milioni di euro, destinato a iniziative di promozione della cultura della sicurezza e a programmi di rafforzamento della formazione dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza (RLS), secondo piani concordati con le parti sociali più rappresentative. È un passaggio concreto: la sicurezza non è solo “DVR e adempimenti”, ma competenza diffusa, capacità di riconoscere i segnali, qualità dell’addestramento, e aggiornamento nel tempo. Per le imprese sotto i 15 lavoratori, l’aggiornamento periodico dell’RLS viene rimesso alla contrattazione collettiva nazionale, con un vincolo espresso di proporzionalità rispetto a dimensioni aziendali e livello di rischio. In più, le competenze acquisite nella formazione prevista dal D.Lgs. 81/2008 confluiranno nel fascicolo elettronico del lavoratore e nel fascicolo sociale e lavorativo del cittadino, con l’idea di renderle utilizzabili anche dentro SIISL: qui si intravede una trasformazione culturale, dove la formazione diventa “traccia” certificabile e spendibile, non evento episodico.

Entro il 31 dicembre 2026, inoltre, è prevista una rivisitazione delle condizioni e modalità di accertamento di tossicodipendenza e alcol dipendenza, tema delicatissimo perché tocca insieme sicurezza, diritti, privacy e proporzionalità dei controlli. Parallelamente, per innalzare la qualità dell’offerta formativa, è previsto un Accordo Stato-Regioni che, entro 90 giorni, individui criteri e requisiti di accreditamento dei soggetti che erogano formazione in materia di salute e sicurezza, avvalendosi di INAIL e consultando le parti sociali: l’intento è ridurre il mercato della “formazione di carta” e spingere verso standard verificabili.

Una sezione che merita attenzione riguarda gli studenti nei percorsi di formazione scuola-lavoro (ex PCTO). La tutela assicurativa INAIL viene estesa includendo gli infortuni in itinere degli studenti coinvolti. Inoltre, le convenzioni tra scuola e impresa ospitante non possono prevedere l’impiego degli studenti in lavorazioni a elevato rischio, come risultano dal documento di valutazione dei rischi dell’azienda. È un doppio messaggio: protezione più ampia e, insieme, un limite chiaro alle attività affidabili agli studenti, evitando scorciatoie organizzative che scarichino sui più giovani il rischio operativo.

Sul piano sociale, vengono introdotte borse di studio per i superstiti di deceduti per infortunio o malattia professionale, con importi differenziati per ciclo scolastico e universitario, ed esenzione fiscale. È una misura che non sostituisce il tema principale (prevenire la morte sul lavoro), ma riconosce che il danno non è solo economico immediato: è percorso educativo, stabilità, possibilità di non interrompere la crescita.

Molto rilevante, poi, la scelta di collegare alcune agevolazioni occupazionali alla trasparenza delle ricerche di personale tramite SIISL. Dal 1° aprile 2026, i datori di lavoro privati che chiedono benefici contributivi per nuove assunzioni dovranno pubblicare la posizione sulla piattaforma, e dal medesimo termine alcune comunicazioni obbligatorie potranno transitare tramite SIISL. Anche le Agenzie per il Lavoro dovranno pubblicare le posizioni gestite e potranno usare la piattaforma per individuare candidati idonei. Il disegno è quello di un mercato del lavoro più tracciato e accessibile, dove gli incentivi pubblici si agganciano a procedure verificabili; resta fermo, in modo esplicito, l’obbligo di rispetto delle regole su salute e sicurezza, così da evitare che l’incentivo diventi un premio scollegato dalla qualità del lavoro offerto.

Un ulteriore capitolo riguarda i lavoratori più fragili e le politiche attive: viene innalzato dal 10% al 60% il limite massimo entro cui le aziende sopra i 50 dipendenti possono coprire la quota di riserva per assunzioni di persone con disabilità tramite convenzioni finalizzate all’inserimento lavorativo di soggetti con particolari difficoltà. Si consente, nel perimetro delle convenzioni, anche l’utilizzo temporaneo presso altro soggetto nel rispetto delle regole sul distacco, precisando che l’interesse della distaccante sorge automaticamente per effetto della convenzione. Entrano tra i destinatari anche ETS non commerciali (diversi dalle imprese sociali), cooperative sociali incluse, e le società benefit. Qui il diritto del lavoro incontra modelli organizzativi ibridi: non solo impresa tradizionale, ma ecosistemi in cui inclusione e commesse possono integrarsi senza forzature.

Per chiudere il cerchio della prevenzione, la legge introduce il tracciamento dei mancati infortuni: entro sei mesi, con intesa e consultazione delle parti sociali, verranno adottate linee guida per identificazione, tracciamento e analisi nelle imprese sopra i 15 dipendenti, valorizzando procedure già elaborate da INAIL. È una misura culturalmente potente: non si aspetta l’incidente, si studiano i quasi-incidenti, si corregge prima. In parallelo, sul D.Lgs. 81/2008 arrivano modifiche sulla sorveglianza sanitaria e si apre la possibilità, via contrattazione collettiva e risorse dedicate, di sostenere iniziative di promozione della salute e di garantire permessi retribuiti per effettuare, in orario di lavoro, gli screening oncologici del SSN. La sicurezza viene così letta anche come salute nel tempo, non solo come assenza di infortunio.

Completano il quadro la promozione di convenzioni per la consultazione gratuita delle norme UNI tramite accordi tra INAIL e UNI, la stabilizzazione del personale sanitario INAIL (medici specialisti e infermieri con requisiti di servizio) e disposizioni di chiarimento sulle organizzazioni di volontariato della protezione civile, con definizioni e regolamentazioni su formazione, informazione, addestramento e controllo sanitario. Insieme, queste misure raccontano un’idea di sistema: regole più esigenti, incentivi selettivi, dati interoperabili, formazione accreditata, vigilanza potenziata e tutela estesa anche a soggetti che finora restavano ai margini dell’attenzione pubblica. Per imprese e professionisti, il punto operativo è uno: la conformità non sarà più solo un fascicolo, ma un percorso tracciabile, verificabile e, se ben gestito, anche premiante.

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